PER AMORE DEL mito
(del conoscere tradizioni, riti e feste di popolo)
C’è un modo tutto modicano di perdersi: non tra le vie, ma tra le voci. Quelle che narrano di riti e miti antichi che si ripetono e tornano nuovi. Perdersi, qui, è scegliere di entrare nel tempo barocco della tradizione, dove leggende e dicerie e verità si confondono, dove ogni strada ribolle di memoria condivisa e popolare.
Se vieni a Modica per la Settimana Santa, la domenica di Pasqua vedrai Corso Umberto riempirsi di cittadini per la Madonna Vasa Vasa. Non sono lì per la classica processione, ma perché sta andando in scena un’emozione, personale e collettiva, che attraversa i secoli. Il simulacro della Madonna (manovrato, sul modello dei pupi), uscito da Santa Maria di Betlem, avanza col vestito a lutto, tra le vie della città, in cerca del Figlio che qualcuno le ha detto essere vivo. Il Figlio, il Cristo Risorto, uscito dalla Chiesa di San Pietro, va in cerca della Madre, per annunciarle di aver vinto la morte, per dirle che è vivo e presente. La Madonna forse non lo sa ma su quel manto nero porta scritta la ferita di ogni madre modicana, e siciliana, che si è sentita lacerare il cuore per la spartenza, ossia lo struggimento, il dolore e la rassegnazione di quando si assiste alla partenza, all’allontanamento, all’addio, all’emigrazione di un figlio. E poi, a mezzogiorno in punto, l’incontro: lei corre, apre le braccia, il mantello cade, si alzano le colombe. La città esplode in lacrime e applausi. In quel gesto c’è tutta l’anima di Modica: sacra e viscerale, teatrale e rituale. Nei tre baci che finalmente la madre porge al figlio, c’è la ricomposizione di ogni divisione. La spartenza si rimargina, la separazione diventa abbraccio. E ognuno impara che niente resta davvero diviso, perché l’amore è forza di esserci, ritrovarsi, di ricominciare. Insieme.
E quando da altre parti Pasqua sembra già alle spalle, a Modica c’è un giorno che resiste, piccolo ma ostinato, come un’eco affettuosa della festa appena trascorsa. È U Marti i l’Itria, il Martedì dell’Idria: un rito tutto modicano eppure carico di genuinità, che si rinnova sulla collina omonima, là dove la chiesetta abbraccia il cuore antico della città. Gente semplice, famiglie, bambini, vecchi amici che si danno appuntamento per ridere, raccontarsi storie e soprattutto assaporare i cedri, o piretti, frutti antichi dal sapore aspro e sincero come la terra che li nutre. Sotto il cielo dell’Idria, tra il profumo degli agrumi e il vento che accarezza le pietre, si fa spazio una festa piccola, tutta nostra: una Pasqua che non ha voluto finire.
A pochi giorni di distanza, ecco un’altra epifania popolare: la Festa di San Giorgio, il cavaliere che protegge e guida. La statua non sfila: galoppa, trasportata di corsa per le vie, larghe o strette, della città, in un crescendo che unisce sacro e profano, anima e corpo. È la corsa dell’anima modicana, il suo passo deciso verso la gioia e l’appartenenza.
Poi, a inizio estate, arriva la Festa di San Pietro, il 29 giugno. Una volta era accompagnata dai Santuna, ventiquattro statue colossali di santi: sfilavano come giganti di cartapesta, solenni e spettacolari. E oggi che la tradizione sta tornando, la festa conserva intatta la sua forza: bancarelle, voci, cibi di strada, incontri improvvisi, turisti e modicani che si mischiano, tra granite, zucchero filato e quello snack tipico modicano, composto da ceci tostati e salati (la calia) e semi di zucca tostati e salati (la simenza).
Infine quando l’aria di dicembre si fa più fresca e le pietre barocche brillano di luci calde come quelle di un presepe, Modica si trasforma in un laboratorio dolciario a cielo aperto: è tempo di ChocoModica, la festa che celebra il suo cioccolato antico, ruvido, aromatico. Le strade del centro diventano un fiume di profumi, voci, assaggi. Non è solo gusto: è teatro del palato e della memoria. Laboratori per bambini, spettacoli, mostre e itinerari guidati attraversano la città come vene di dolcezza. E tra un morso e l’altro, si riscopre l’anima viva di Modica, che nel cioccolato ha trovato la sua bandiera, la sua voce, il suo accento più intenso.
Se ti va di perderti tra questi riti, ti consigliamo di farlo senza remore. Perché qui perdersi non è un peccato: è un dono. Per tornare. Tornare a sentire. A partecipare. A fare parte, anche per poco, di una comunità che non dimentica mai chi è.